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martedì 10 marzo 2015

Ho visto un video dell' incendio al commissariato di Sayyeda Zeinab. La persona che stava filmando - dalla voce e dal modo di parlare si poteva dedurre che fosse della classe media, uno di quelli che hanno studiato - diceva a un ragazzo, che sembrava di un quartiere popolare, di fare attenzione agli spari. L' altro gli ha risposto istintivamente: "Tranquillo.... oramai non fa differenza se vivo o muoio". Non gli ha detto: "Per l' Egitto sono disposto a tutto!" O "muoio nel nome del'Islam". Niente teoria, niente parole altisonanti come patria, religione e nemmeno dignità. Solo il nichilismo di chi sa che vivere in modo così misero non è molto diverso da morire. Chi avrebbe mai immaginato che, un giorno, qualcuno avrebbe detto che se non avessimo approvato prima di tutto la costituzione  avremmo tradito il sangue dei martiri? O che un'altra fazione, quella che voleva prima le elezioni, avrebbe risposto di aver versato più sangue e offerto più vite in difesa della rivoluzione?

- Mohamed Abo el-Gheit, Le rose e il pane.
Internazionale 1038


venerdì 6 marzo 2015

Non sono scesi in piazza per la costituzione o le elezioni. Non sono scesi in piazza per un Egitto democratico, civile o islamico, o che so io. Sono scesi in piazza solo per ragioni che li toccano da vicino: per i prezzi delle cose da mangiare, dei vestiti, degli alloggi, cresciuti in modo folle. Per il poliziotto che ferma il minibus di uno di loro per estorcergli cinquanta sterline. Per il poliziotto che li ha fermati per un controllo e il  che li ha torturati per giorni anche se non avevano fatto niente. Per la sorella che vorrebbe "sistemarsi" ma non le bastano i soldi. Per lo zio che è stato mandato in prepensionamento dopo che la fabbrica in cui lavorava è stata privatizzata. Per il cugino che ha perso tutto quando i terreni agricoli sono stati assegnati a giovani laureati, e ha visto staccarsi il suo raccolto dal momento che l'acqua per irrigare finiva solo nelle terre di quelli che contano. Per la zia che è morta di cancro senza aver trovato un letto all'ospedale pubblico. E così via.

- Mohamed Abo el-Gheit, Le rose e il pane.
Internazionale 1083


martedì 3 marzo 2015

Per quei giovani - rappresenti di quel 40 percento di egiziani che vivono sotto la soglia di povertà, di quei dodici milioni che vivono nelle baraccopoli o di quel milione e mezzo che sta nelle "città dei morti" - tutte le discussioni sulla costituzione, le elezioni e il sistema di governo del Paese sono solo paroloni che si leggono sui giornali. Paroloni che non significano nulla, a meno che non abbiano un effetto immediato sulla loro possibilità di trovare lavoro, sui loro stipendi e sulle loro condizioni di vita. Tutte cose, mi pare, a cui le varie fazioni non sono interessate.

- Mohamed Abo el-Gheit, Le rose e il pane.
 Internazionale 1083




mercoledì 25 febbraio 2015

Perché quando si parla dei giovani o dei martiri della rivoluzione il discorso si concentra solo sui ragazzi della classe media e della  piccola borghesia? Ragazzi istruiti, ben vestiti, come quelli  che hanno dato vita alle coalizioni giovanili e al movimento del 6 aprile. Perché in uno storico reportage del quotidiano al-Masry al-Youm non c'era nessuna immagine degli altri? Perché erano poveri in canna e pure un po' cafoni. Perciò non sta bene metterli tra "le rose sbocciate nei giardini d'Egitto".
Del resto a quei ragazzi non è mai importato niente delle rose. Quello che gli interessava era la cosa più importante in assoluto: il pane.

-  Mohamed Abo el-Gheit, Le rose e il pane.
Internazionale 1083

sabato 31 gennaio 2015

Lei lo sa cosa vuol dire crescere un figlio? Vuol dire dargli la vita. Passare la notte accanto a lui quando è ammalato, prenderlo in braccio e correre in ospedale. Aspettarlo davanti a scuola e trascorrere insieme la notte prima del risultato degli esami. Mangiare, bere e ridere con lui. Dargli ogni giorno della propria vita e ricenere in cambio una gioia infinita. Come può ammazzare i nostri figli come se nulla fosse?

- Mohamed Mansi Qandil, La partita
Internazionale 1083