Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Anche se può sembrarvi sciocco o assurdo, ci dovete provare. Ecco, quando leggete, non considerate soltanto l'autore. Considerate quello che voi pensate. Figlioli, dovete combattere per trovare la vostra voce. Più tardi cominciate a farlo, più grosso è il rischio di non trovarla affatto. Thoreau dice “molti uomini hanno vita di quieta disperazione”, non vi rassegnate a questo. Ribellatevi! Non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno!
- L'attimo fuggente
sabato 11 febbraio 2017
Il mio lavoro consiste fondamentalmente nel mascherare il mio disprezzo per quegli stronzi dei miei capi e, almeno una volta al giorno, nel ritirarmi nel bagno degli uomini per farmi una sega, mentre fantastico su una vita che non somigli per filo e per segno all'inferno.
- American Beauty
venerdì 3 febbraio 2017
Gli abiti fanno l'uomo. Meno c'è l'uomo, più cresce il bisogno dell'abito.
- P. McGrath, Spider.
Da questo romanzo, Cronenberg ha tratto un film bellissimo e contorto che meriterebbe di essere visto...
... ho trovato una cosa stupenda scritta dal mio amico E. nel 2009. Copio e incollo.
TRANSFORMERS
C'è chi, incautamente, si pone la domanda se si possa andare a vedere il
secondo "Transformers" senza aver visto l'uno. La risposta è: sì. Ma se
non ti fidi, puoi sempre leggere questo riassunto.
Lui è uno
sfigato che corre dietro a una figa delle dimensioni del cratere di
Hiroshima, e per conquistarla compra un rottame di macchina; questa
macchina è in realtà un robot che fa
parte di una razza di robot dai buoni sentimenti che vengono dallo
spazio (i robot, non i sentimenti), e questa razza di robot buoni
combatte contro robot spaziali cattivi. Lui aiuterà i robottoni buoni a
sconfiggere i cattivi, salverà il mondo, la scoperà a sangue.
Fantascienza al quadrato, insomma.
Megan Fox, la figa nucleare, mentre si complimenta con il proprietario di un'auto per il suo carburatore. Complimenti, miss Fox.
sabato 4 luglio 2015
Portato all'eccesso, ma nemmeno troppo. Un paio di anni fa, una ragazza di 22 anni (= con delle sufficienti abilità di sopravvivenza, parrebbe) di una città a fianco della mia, è finita in ospedale in prognosi riservata per alcuni giorni dopo che un autobus l'aveva investita. Mentre attraversava la strada era impegnata a messaggiare.
Qualche sera fa ho avuto la fortuna di vedere un documentario che mi ha passato un amico e che a breve verrà acquistato per entrare a far parte della mia videoteca. Il documentario in questione è Sesso, Amore e Disabilità e ci siamo arrivati partendo da tutta una serie di riflessioni (o seghe mentali, a seconda del punto di vista) sulla figura dell'assistente sessuale, sulla differenza palese ma allo stesso tempo non così palese tra assistente sessuale e prostituta, su Max Ulivieri e il suo lavoro di sensibilizzazione e non solo.
Sottotitolo: viaggio in Italia e nelle persone. Più che "nelle persone", per me è stato un viaggio "nella persona". Un viaggio dentro me, dentro le mie convinzioni ed i miei pregiudizi. Il documentario è una raccolta di interviste a persone con disabilità di vario tipo e professionisti. Vengono affrontate in modo non pesante diverse tematiche che toccano solo in parte la sessualità. Si parla della genitorialità, del rifiuto da parte degli altri, della distorsione che porta molti a vedere i disabili come asessuati e di molto altro ancora.
Mi sono fatta tante domande. Ho rivissuto episodi passati, ho riesaminato pensieri e comportamenti cercando di sviscerarne le ragioni più profonde.
Come quella volta in cui sono rimasta basita alla scoperta che la mia compagna di corso non vedente aveva da anni un fidanzato. Reazione che, più che mettere in evidenza un limite suo, ha fatto vedere un limite mio nel legare necessariamente la percezione visiva di qualcosa alla sua reale esistenza (e, di conseguenza, la mancanza del bisogno di qualcosa che non esiste poichè non può essere visto).
L'incontro con il disabile implica necessariamente lo scontro con una realtà che esce da ciò che noi consideriamo la normalità e che, se affrontato con desiderio di capire e crescere, porta ad un ampliamento del nostro concetto di normale, dove una persona non vedente, una persona amputata, spastica o con deformità fisiche non è "anormale", ma portatore di una diversa normalità che può integrarsi alla nostra.
Mi ha toccata tanto l'umanità del documentario. La vicinanza che si riesce a creare con le persone che hanno deciso di metterci la faccia, di parlare della loro vita privata, fin dalla prima intervista.
Il DVD si può ricevere tramite una donazione (importo minimo 10 euro), trovate spiegato con maggior precisione QUI.
Penso sia un'esperienza da fare. Non solo per smussare tutti quei pregiudizi che inconsapevolmente abbiamo maturato negli anni (e che ci stanno, perchè in generale ci aiutano a sopravvivere nel mondo), ma anche, detto egoisticamente, per una crescita nostra come esseri umani.
Correvano gli anni 90, l'aids e il panico da aids dilagavano (e si, voi direte: "aridaje con sta aids...") e a morire come mosche non erano solo omosessuali e fornicatori impenitenti, ma anche tossicodipendenti. Di aids o di overdose. Ricordo ancora che due compagnetti di scuola miei rimasero senza mamma. Morì su un treno. La notizia fece molto rumore, tra noi bambini, perchè si vociferava che la donna si bucasse e fosse morta di aids. Con le conoscenze che ho oggi mi pare poco probabile questa versione (vedo difficile che una persona con aids e in punto di morte riesca fisicamente a prendere un treno per morirci sopra) e penso che la causa reale sia stata overdose.
Ricordo diversi compaesani girare completamente fatti, con lo sguardo assente. Ricordo che nei boschi non ci potevo più andare perchè c'erano le siringhe e mio padre non si fidava, temeva mi pungessi per errore raccogliendo castagne. Ricordo siringhe pure sui marciapiedi.
Niente più parco Amati, anche se pieno di uccellini, perchè di siringhe ne avevano trovate anche lì e mia nonna aveva paura per me.
E ancora, ricordo le scuole medie. Una gita di classe. I professori che ci dicono: "Mezz'ora libera prima dell'arrivo del bus" e noi a zonzo per i giardini pubblici di Porta Venezia. Camminare con le amiche e scorgere, ad un certo punto, nell'incavo creato da un gruppo di rocce, una quantità imprecisata di siringhe. Tantissime. Ansia. Allontanarci in fretta da lì.
Ad oggi non capisco quanto il problema della droga, così dilagante, ingestibile e alla luce del sole, fosse legato al posto da cui vengo o quanto non fosse invece diffuso in tutta Italia. So però che qualche giorno fa ho incrociato un vecchio compagno di classe. Era il primo della classe. Ma non il primo della classe con difficoltà sociali che pensa solo allo studio. Era un primo della classe integrato.
Aveva lo sguardo spento, assonnatissimo. Faticava a tenere gli occhi aperti. Erano le dieci e mezza di mattina e non penso la sua fosse stanchezza. Non penso nemmeno che si fosse sfondato di canne come un cavallo. Ci sono rimasta male. Non avrei dovuto stupirmi, eppure l'ho fatto. Non avrei dovuto stupirmi perchè un paese che dieci anni fa è riuscito a finire sul giornale provinciale per via della coca che girava alle scuole medie e in cui il modello standard di divertimento per adolescenti e scovare il prossimo rave party a cui partecipare, a cosa vuoi che porti chi ci rimane ed è integrato?
Uscendo da questo incontro casuale non ho potuto fare a meno di chiedermi i genitori, in tutto questo, che pensassero. Se si fossero accorti di avere uno zombie che girava per casa (mai, mai, mai sottovalutare la negazione della persona di fronte a ciò che provoca dolore. Mai).
Tornando al discorso principale, il problema doveva essere avvertito un po' in tutta la nazione, e forse anche più in là, visto che hanno pensato bene di farci un cartone animato per educare noi bambini che la droga fosse il male incarnato e che andasse evitato come la peste.
Il cartone in questione era particolare poichè vedeva la conpresenza di diversi personaggi molto amati dai bambini e assolutamente non collegati fra loro (i puffi, Alvin, Winnie ecc.), impegnati a salvare un ragazzino che ha preso una brutta strada.
Venne trasmesso negli anni 90, preceduto da un discorso tenuto da Andreotti. Io, in tutta onestà, ricordavo Scalfaro. Ma ero molto piccola e la mia memoria deve aver vacillato, perchè ho su vhs proprio la registrazione completa (evidentemente i miei ci tenevano a prevenire il più possibile la mia tossicodipendenza... ) che ha dimostrato in modo inequivocabile l'identità del politico.
Andreotti apriva sostenendo che nel nostro paese c'era un grande problema: la droga.
Me lo ha raccontato B., che per sbaglio ha guardato la cassetta l'altro giorno. Ha aggiunto - non gli si può certo dare torto - che sentir dire una frase simile ad una persona additata da molti come mafioso (devo spenderci veramente parole o possiamo glissare?) gli ha ricordato in modo inquietante qualcosa di già visto. Oltretutto Johnny Stecchino è uscito l'anno dopo. Chissà che Benigni non si sia lasciato ispirare....
Questa è una chicca su cui sono inciampata per caso un po' di tempo fa e che ho tanto insistito per rivedere in compagnia. Ad una seconda visione ho continuato a trovarlo straordinario e, lo ammetto, non mi dispiacerebbe una terza visione.
Il film è tratto dallo spettacolo teatrale di Larry Kramer, opera autobiografica in cui viene mostrata, in maniera decisamente cruda, l'esplosione del contagio da AIDS nella comunità gay di New York agli inizi degli anni 80.
Penso - potrei sbagliarmi - che le generazioni nate negli anni 70 e 80 siano state quelle più sconvolte (vista la giovane età) dalla scoperta di questa nuova malattia. Ricordo bene le pubblicità poco rassicuranti con gli omini circondati dall'aura luminosa, così come l'incertezza, l'idea che il virus potesse essere trasmesso tramite sudore o saliva. A ciò va aggiunto che, sebbene oggi con l'HIV si campi relativamente bene e taluni vadano pure a cercarsi intenzionalmente l'infezione, all'epoca di AIDS si moriva e la morte era qualcosa di straziante, atroce e inguardabile. Ciò che mi mancava, in verità, era la conoscenza di ciò che stava dietro a questo terrore dai confini indefiniti che mi ha travolta quando di anni non ne avevo ancora cinque. Riuscire ad avere un quadro chiaro con la capacità di comprensione di un adulto. Questo film mi ha permesso di scostare la tenda. Non solo, mi ha aiutata a gettar luce sul movimento gay nell'America degli anni 80. Mi ha fatto un certo effetto vedere il protagonista lamentarsi di quanto si fosse arretrati sui diritti gay sebbene si fosse già nel 1982. Rivedere i miei discorsi nei suoi discorsi mi ha fatta scontrare con l'immobilità dei giudizi e, ammetto, mi ha fatto perdere un po' di fiducia nella possibilità che in futuro ci siano evoluzioni o cambiamenti.
Non penso che un omofobo guarderà mai un film del genere ed è un gran peccato, perchè ciò che viene sbattuto senza filtri sullo schermo è l'umanità dei personaggi. Un'umanità che non conosce orientamento sessuale o colore di pelle. Il disorientamento, la paura, il sentirsi completamente abbandonati, la disperazione. Questo è un film che fa paura non per la malattia (tremenda, sì, però come molte altre), ma per la non reazione che la comunità omosessuale ha incontrato quando il contagio ha cominciato a dilagare. Il pensiero che persone possano ammalarsi e morire nella completa indifferenza generale, convinta che fino a quando non tocca noi non sia un problema nostro, è spaventosa.
Da vedere.
La scorsa sera ho accidentalmente scoperto l'acqua calda. Mi stavo preparando a guardare La dolce vita di Fellini quando, smanettando con la tv, sono inciampata nel documentario Italy in a Day, iniziato da un'ora. Indecisa tra il guardarlo, anche se tagliato, o rimandarne la visione, ho preferito non perdere la possibilità spinta dal timore di non riuscire più a metterci le mani sopra.
La mia ignoranza derivava dal fatto che durante i mesi in cui il documentario è stato pubblicizzato e preparato, io ero stata privata della mia vita e della mia libertà da qualcosa di più grande.
Se non fosse stato per C. io probabilmente non avrei nemmeno capito a cosa mi trovavo di fronte.
Mentre lui mi spiegava di questo diario collettivo, ho ripensato al noto Life in a Day, che non ho mai visto ma, ricordo bene, aveva prodotto un certo stato di invasamento nel mio ex.
Da brava feticista di esseri umani, non ho saputo dire di no.
Penso sia lecito domandarsi quanto un prodotto del genere rischi di solleticare esigenze voyeuristiche, ma trovo che questo compito venga eccellentemente svolto già da Facebook e che al confronto, dare una piccolissima occhiata a un frammento di vita altrui, sia ben poca cosa.
La parola più adatta a descrivere questo documentario è, a mio parere, "toccante". In ogni sua parte. Dalla dottoressa che parla della morte, alla bambina che stringe forte la sorellina appena nata (vedi foto sotto), ai ragazzini che vanno in discoteca, a chi in discoteca non ci va perchè proprio non ci vede un senso. Ogni spezzone è un contatto umano diverso dalla passiva visione di un film perchè reale e, spesso, diretto a noi. La risposta empatica ad ogni singolo protagonista nasce spontanea. Ciascuno di loro ha cercato di immortalare e passare a noi frammenti di vita in cui emergevano, in proporzione variabile da persona a persona, ciò che pensavano, provavano, facevano nella vita, erano o amavano. Si salta quindi da monologhi sui massimi sistemi a riprese del cielo.
Da provare.
"Sai cos'è la paura?" "No" "E sai cos'è l'amore?" "... no"