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sabato 19 maggio 2018

Quando a Lugano arrivò il Giappone

Passato lo scoglio dell'esame e rattoppato tutti i buchi lavorativi che mi ero lasciata alle spalle, ho cominciato a mettere ordine nei miei spazi, combattendo i miei trattini da accumulatrice compulsiva.
Ho ritrovato i volantini del Nippon Lugano, un insieme di mostre sul Giappone con tanto di eventi collaterali che si è tenuto da fine 2010 ai primi mesi del 2011. Da anni mi dico che sarà il caso di buttarli ma nulla, continuano a rimanere, come il feticcio di qualcosa di perso che non tornerà più.
Probabilmente ci morirò assieme, ai volantini del Nippon.
Araki
Non ricordo nemmeno come ero venuta a sapere delle mostre. Non lavoravo  nemmeno più in rassegna stampa (il che avrebbe potuto essere una valida ragione per essere a conoscenza del Nippon). Ricordo solo che ad un certo punto della mia vita sono venuta a sapere di questa cosa e ho tentato di fare una di quelle cose molto accollative che piacciono a me, ho raccattato amici e amici di amici per andare a vedere le mostre. Ho foto che testimoniano momenti di felicità (che francamente non ricordo, ma nelle foto avevo un sorriso che sembrava piuttosto autentico).
Alla fine in mezzo ad una valangata di pacchi e a pochi ma buoni, era venuta anche un'amica del mio ex che aveva fatto perdere la testa
pesantemente ad un mio amico e che secondo me era la donna della sua vita - purtroppo non secondo lei, visto che ha fatto una figlia con un altro.
Ho pochissimi ricordi di quelle mostre. Ricordo Araki, che mi aveva letteralmente conquistata.
Ricordo la gatta morta di Araki e l'amica del mio ex che è andata in paranoia dura perchè quelle foto le avevano riportato alla mente la sua gatta morta tipo a 15 anni. Ricordo che alla fine si è messa anche a piangere nonostante fosse passato diverso tempo ed io capivo ma non capivo e non sono per le emozioni manifestate pubblicamente quindi ero anche un po' destabilizzata dalle sue lacrime.
La gatta di Araki
Ma la gatta di Araki, merita delle parole spese. Perchè non era un semplice gatto. La gatta di Araki arrivò in casa sua pochissimo tempo prima che la moglie morisse. Immaginatevi lo strazio di quest'uomo che perde la donna che ama e che rimane con l'unica compagnia di questa gattina. Ci sono tantissime foto che ritraggono la gatta nel corso degli anni. Alla fine la gatta si ammala e muore.
Quando si sceglie di condividere parte della propria vita con un animale domestico si mette già in conto che si sopravviverà a lui e questa consapevolezza, di per sè, non sempre attenua l'impatto traumatico della perdita. Ma sarebbe semplicistico non considerare che gli animali non sono tutti uguali e che spesso gran parte della differenza la fa lo stato in cui siamo o il momento della vita che attraversiamo quando questo animale entra nella nostra vita, più che il temperamento dell'animale stesso. Per questa ragione penso non si possa parlare della perdita della gatta senza considerarla sotto la luce della perdita della donna che Araki amava.
La moglie di Araki
Una cosa che non cesserà mai di stupirmi è come gli animali siano fra loro tutti uguali e, allo stesso tempo, tutti diversi. Ma a questo pezzo  mi riaggancerò tra poco...
Ricordo una passeggiata sul lago. Ricordo che per guardare le mostre ci ho messo una vita, che ne abbiamo viste solo due e che dovevamo tornare a fine febbraio per vedere le altre due mostre.
Alla fine non ci sono tornata. Ci sono andati gli altri, ma io che avevo messo in piedi tutto il teatrino sono rimasta a casa. E' successo che due giorni prima il mio cane cominciasse ad avere sintomi "stranini". Aveva oramai quasi 18 anni e personalmente cominciavo a guardarlo con sospetto, perchè sembrava più uno zombie che un animale da compagnia, per diverse ragioni (alito, deambulazione, incapacità di vedere gli ostacoli, totale indifferenza a ciò che gli veniva detto). Portato dal veterinario il consiglio era stato di sopprimere. Noi abbiamo voluto provare a curarlo. Quindi quella domenica io non ce l'ho fatta. Avrei tanto voluto vedere le mostre che mancavano, ma sono rimasta a casa con lui. Se tornassi indietro, lo rifarei e lo rifarei ancora. Chi se ne frega del Nippon. Ho pianto come una disperata. Certe leggi di natura così scontate sono a conti fatti inaccettabili. E il momento in cui lui era entrato nella mia vita aveva creato QUEL legame. Ero una bambina iperattiva ed esasperante. Era un cucciolo di cane iperattivo ed esasperante. Siamo cresciuti insieme. Fa uno strano effetto a pensarci, ma avere un cane che vive 18 anni significa avere un animale che è cucciolo come te e che, ad un certo punto della tua vita, è adulto come te. Penso sia stato questo a fregarmi. Perchè in realtà lui non era il mio cane, era il cane di famiglia. E se devo dirla tutta era anche un ruffiano opportunista. C'era un'insofferenza di fondo, tra noi due. Eppure...
Alla fine i miei lo hanno fatto sopprimere il giorno dopo. Per questo sono felice di non esserci andata, alle mostre. Anche se lui non ha mai ripreso coscienza. A volte servono il tempo e lo spazio per dire addio, o per cominciare a farlo.
Tengo un ciuffo dei suoi peli. Era un cane di razza uguale identico a tanti altri cani della sua stessa razza.... ma per me era e continua ad essere diversissimo da tutti gli altri... e fatico a guardarli senza avvertire una sorta di disagio di fondo, quasi un fastidio nel dover vedere dei tentativi di copia malriuscita che si permettono di girare così, quasi nulla fosse...


Mi è appena venuto in mente un pensiero un po' sciocco... ossia che, forse, tenermi qua questi opuscoletti è un po' come tenere in pausa un pezzetto della mia vita. Come se alle mostre un po' ci dovessi ancora andare. Come se lui potesse spuntare da un momento all'altro dalla porta finestra ansimando perchè ha rincordo i passanti abbaiando. Poco importa se nel frattempo sono passati quasi 10 anni, se io ho cambiato vita, città, fidanzato, lavoro, colore di capelli e se, per tutta una serie di ragioni altre, ho cambiato anche me stessa. Il potere degli oggetti...

giovedì 15 dicembre 2016

Ci ho guadagnato il colore del grano...

14 Luglio 2016

E' morto il mio Klimt.
E' successo una settimana fa ed è stato un fulmine a ciel sereno. Mi ero illusa veramente che il nostro percorso insieme sarebbe durato anni e mi sono chiesta dove avessi sbagliato. Ho ripercorso mentalmente gli ultimi giorni insieme.
La vet mi ha detto che non è stata colpa nostra. Che con l'IRC è così. Quando subentra l'arresto renale se ne vanno al creatore in 24 ore e non puoi farci nulla, che è la naturale evoluzione della malattia.
Penso di non averlo ancora realizzato del tutto e al tempo stesso, è strano a dirsi, è come se lui non fosse mai esistito, come se me lo fossi solo immaginata. E' rimasto con noi talmente poco che tutti i momenti vissuti insieme non hanno nemmeno fatto in tempo a diventare abitudine.
Mi verrebbe da dire che lui era davvero unico, che veramente a mancargli era solo la parola, ma suonerei ridicola. quindi lascerò che siano i ricordi dei momenti passati insieme a parlare per me.

Pulce con il suo solito sguardo incazzoso


Riconosceva il suono della macchina di B. Quando lui tornava a casa, Klimt cominciava a miagolare come un disperato fino a quando non andava a salutarlo. Lo faceva anche con me.

Faceva le capriole sulle scarpe. Quando era particolarmente in vena, tra uno strusciarsi e l'altro, appoggiava la testolina sul collo della caviglia e faceva questa capriola, rimanendo poi a guardarti dal basso all'alto, pancia all'aria, in attesa di coccole.

Aveva monopolizzato la copertina di casa. Se era da lavare, le altre le snobbava. Quando ancora non avevamo capito che quella era la SUA copertina, un giorno, l'abbiamo presa per usarla durante un trattamento sul futon. Klimt la fissava dal divano con espressione incredula, sconvolto. Alla fine è sceso ed è arrivato vicino al futon, si è seduto per terra e ha appoggiato le zampine anteriori sulla copertina. All'epoca lui non amava ancora la vicinanza con gli umani, quindi immaginatevi lo sforzo. Lì abbiamo capito che quella era proprio la sua copertina e tale è rimasta.

Voleva farmi uscire di casa... Quando ero impegnata a fare cose, lui affacciava la sua testolina pelosa e faceva: "Miao!" io alzavo la testa, e lui ancora: "Miao! Miao!!". Mi avvicinavo e lui si allontanava a passo svelto sul retro della casa. Cibo e acqua ne aveva. Ci ho settimane prima di capire. Mi voleva dietro casa, con lui. Era un: "Esci! Stai con me!". Una volta sul retro erano strusciatine e capriole a non finire, fusa, stare sul prato a guardarmi e seguirmi se mi mettevo a lavorare lì.
Mi ha insegnato l'importanza di stare in un prato a fare nulla con qualcuno a cui vogliamo bene, anzichè rimandare perchè si ha altro da fare. Ci sarà sempre altro da fare, non rimandate mai gli attimi di ozio all'aperto con le persone che amate.

Era malato e bisognoso di cure. Le accettava docilmente, ma si vedeva che le odiava. Soprattutto il dover prendere le pastiglie. Ti piantava il muso, poi. Non ti guardava più, non ti dava attenzioni. Gli durava una decina di minuti. Come tutti gli animali, lui non portava rancore. Il rancore è una cosa un po' stupida che abbiamo solo noi umani e che ci porta via tempo prezioso. Lui se la faceva passare e poi tutto era come prima.

Una volta gli ho afferrato la coda. So che ai gatti non si deve fare, ma è stato più forte di me. Era accovacciato sul divano dandomi le spalle e muovendo lentamente questo codone peloso. Mi ha sempre incuriosita, la coda dei gatti. E' diversa da quella dei cani. Quella dei cani si agita per gioia, funziona come le nostre mani quando le alziamo verso il cielo o le battiamo felici. Ma sta coda felina, che si muove così per nulla, pure mentre uno è rilassato sul divano. Chissà cosa sentono con la coda. Chissà se sono consapevoli del movimento (a volte se la teneva ferma con le zampe!).
Ho preso e l'ho afferrato con una mano. Klimt si è girato immediatamente e mi ha guardata. Non si è alzato per allontanarsi, badate bene, mi ha solo lanciato uno sguardo (a quanto pare, anche ai felini, a volte basta solo quello).
Quello sguardo l'ho visto solo in quella circostanza. Scocciato, infastidito. Pareva dire: "Ma guarda te con che deficiente mi tocca avere a che fare". Ho mollato al volo la coda e lui si è rigirato. E non ne abbiamo più parlato. Messaggio arrivato.

Quando Klimt è arrivato da noi era completamente diverso dal gatto che è morto: ti salutava, sì, si strusciava per avere cibo... faceva quelle cose da gatto carine ma che lì si fermano. Mancava quel che Saint Exupery definisce addomesticamento. Dopo sei mesi è diventato un altro gatto. Come se la sua corazza si fosse finalmente rotta. Non so se questa sia prassi normale nelle adozioni. Ci guardava con gli occhi a cuore. La sera aspettava che ci sedessimo sul divano per saltarci in braccio. Una volta sono entrata in casa con i miei, mia madre ha aperto la portafinestra e lui è corso verso di me per salutarmi, ignorando completamente le altre persone presenti nella stanza. Tante, tante piccole cose che messe insieme formano un millesimo di ciò che abbiamo vissuto insieme.

Klimt era anziano e malato. Se io e B. non ci fossimo immolati alla causa, probabilmente, avrebbe finito i suoi giorni in un gattile. Sarebbe morto solo. Vedendo il gatto che si è rivelato, sarebbe stata una grande perdita per noi. Tutto questo mi ha spinta a rivalutare l'idea che avevo delle adozioni. Se hai spalle abbastanza grandi per farlo, l'adozione può passare da "il gatto/ cane che mi piacerebbe avere" a "il gatto/ cane che in questo momento ha più bisogno di me". Dopo l'esperienza con Klimt faccio fatica a sopportare il pensiero di me, felice, a casa, con il mio  nuovo gattino, quando in gattile è rimasto l'anzianotto di turno, scartato da tutti perchè i cuccioli sono più attraenti/ vivono di più/ hanno un rischio minore di ammalarsi.
Servirà tempo per guarire la ferita della perdita, un nuovo gatto ora lo vivremmo solo come un intruso, ma un domani so già che non ci orienteremo su un piccolo micino. Fateci un pensiero. Meno micini. Più gattoni anziani.

martedì 31 maggio 2016

Cambi di rotta inaspettati...

Latito da questo blog. Latito in verità dal giorno della sua nascita. Questo è il blog dei "farò, pubblicherò, lo vorrei così" mai mantenuti. Nasce pochi istanti prima di un cambio di binario, con l'idea di farne tante cose e senza sapere che la direzione del treno sarebbe stata quella della strada ad alta velocità. Tanto da non lasciare spazio ad altro che non fosse lavoro e studio. Studio e lavoro. Lavoro e lavoro. Evitavo anche di venirci perchè lo pativo. Sbattuta di fronte a tutte quelle velleità, io ci affogavo. Per questo le risposte ai commenti tardavano, spesso nemmeno arrivavano. Il mio blog si aggiornava periodicamente da solo, grazie a citazioni e foto programmate con semestri di anticipo... ma mai che riuscissi a portare questa collezione di immagini e parole vicino alla mia vita reale...

Anni fa mi intrattenevo spesso con un tizio fantastico. Era una di quelle persone che sa tutto, che ha studiato tutto e che ama filosofeggiare senza pretendere di avere la verità in tasca. Discorsi che spaziavano da Saviano a Educazione siberiana a Marchesi e la sua entusiasmologia alla percezione della figura femminile nella nostra cultura, per farvi capire. Quella volta in particolare si parlava di un mio amico in crisi nera perchè, pianista con grandi sogni, aveva perso tre dita in un incidente evitabile. Ragazzi miei, che dramma. Io faticavo a parlarci, perchè la mia tendenza a trovare il positivo e il senso in tutto la vedevo fuori luogo in quel momento, di fronte a quel dolore tanto grande... ci sono situazioni in cui ci si trova davvero a camminare sui gusci delle uova e il rischio di banalizzare le emozioni dell'altro è veramente dietro l'angolo.
Mi sorprese, quel tizio lì, perchè se ne saltò fuori con un discorso che ricordava molto alcune mie convinzioni discutibili e che tirava fuori il destino. Mentre parlava, io pensavo ad Hillman. Concluse, in maniera scherzosa, facendo un esempio terra terra ma che chiariva molto il suo pensiero.

Vedi, è come quando un bambino cerca di mettere le dita nella presa della corrente e tu gli dici che non può farlo. Glielo dici una, glielo dici due, alla terza alzi la voce... alla quarta gli tiri uno schiaffone e vedi che lì finalmente la capisce.

Destini maneschi.
Il mio amico, comunque, ora canta.
Ma tutto questo per dire (sì, è volutamente un post vagante e senza una vera meta, fatevene una ragione) che a volte nella vita di tutti noi capitano cose e il ventaglio di scelte va dal lanciare una Madonna, all'accusare la sfiga persecutrice, al tirare avanti, allo sforzarsi di trovarci un senso.
A me il destino manesco, come teoria di vita, piace. Mi fa sentire meno in balia del caso. Dà alla vita una cornice di senso che è alla base di un briciolo di benessere psicologico. Il minimo sindacale per tirare fino agli ottanta.
E quindi niente, tornando alla sottoscritta, visto che non l'ho capita alla terza, lo schiaffone (più da avvertimento che reale) è arrivato e mi sono trovata di fronte ad un cambio di rotta non deciso da me e assolutamente non preventivato (no gravidanza).
Non solo il mio tempo libero imposto aumenterà in maniera drastica, ma oggi dopo aver finito un percorso di lavoro mi sono ritrovata sul divano a guardare l'ora e pensare: "Merda... e ora nei prossimi giorni io che faccio??".
Picco d'ansia.
Pensavo che i miei compiti a casa si limitassero al lavoro sul concetto di coesistenza (ma di questa cosa delirante parlerò forse in un altro momento), invece pare proprio che io sia obbligata a passare del tempo con me stessa. Causa di forza maggiore. L'occasione inaspettata per lavorare su alcuni punti:


  1. Comprendere quanto il benessere legato al movimento sia in realtà illusorio e quanto il bisogno di movimento sia, a conti fatti, una fuga dall'Inaffrontabile.
  2. Stare sola con me stessa e cercare di interiorizzare veramente quanto il mio valore non dipenda da ciò che faccio, nè da quanto faccio, nè da come lo faccio, nè dalle interazioni sociali che ho, dal loro numero, da sorrisi e gentilezze. Giungere veramente alla conclusione che il mio valore è una cosa che fa parte di me a prescindere dal contesto in cui mi trovo e dalle opinioni degli altri.
  3. Godere della solitudine. Anche se fa paura. Vista l'età e la convivenza, è lecito il pensiero: "Chissà quando mi ricapiterà".
  4. Leggere un buon libro. Magari sorseggiando un buon tè a colazione. Amarsi appena alzati è il modo migliore di iniziare la giornata. Se non hai niente da fare, poi, sai quanto tempo libero per amarsi e sorseggiare la colazione?
Aspetti buttati giù un po' così. Mi domandavo... chissà Alla ricerca del tempo perduto, com'è... Mi piace l'idea di dover aspettare un mese prima che inizi il nuovo lavoro e leggiucchiare oziosamente un libro con un titolo così. Ne ho "perso", di tempo per me, negli ultimi anni...

sabato 30 gennaio 2016

Sono le nove di un tranquillo sabato mattina quando contatti un membro del gruppo di lettura di Murakami di cui fai parte per chiedergli maggiori informazioni sul Manuale di Nonna Papera.
I grandi argomenti di conversazione del sabato mattina.
Sabato prossimo: valutazione critica della figura di Peppa Pig e delle possibili influenze future sulle generazioni che ne hanno visionato gli episodi in tenera età. Corpo da maiale ma cuore di bimba: l'apparenza è davvero così importante?

E comunque...
in ristampa c'è finito anche il primo manuale delle GM. C'è un (bel) pezzo della mia infanzia, lì dentro.

venerdì 22 gennaio 2016

Bimba mia, ora ti dico una cosa triste ma vera: ma i tuoi amici che muoiono non ti insegnano nulla? vivi tesoro, falle le cose...

- Arcade Zelgadis


Una cosa triste ma vera...

lunedì 28 settembre 2015



E se potessimo piazzarci sotto degli hashtag nonsense, stile facebook, quali useremmo??

#traumiinfantili #osavanochiamarlamoda #giuroètuttovero #correvalanno2006 #mammamiastomale

giovedì 24 settembre 2015

La vita è un processo di continua crescita. Si conoscono persone, si perdono persone, e in tutto questo noi evolviamo. Aumentano le finezze, le attenzioni verso il benessere dell'altro, capiamo che alcune cose non vanno date per scontate. Il peso che una parola o una leggerezza possono avere nel rapporto con l'altro...
Tra meno di un mese sarò lontana da qui. Sto guardando i libri, scegliendo quelli da portare via con me.
Questo penso rimarrà qui... mi chiedo se avrò mai la forza di leggerlo...

Il lupo della steppa - Hesse


Lui mi diceva sempre che io ero l'unica in grado di capirlo. Io non ho mai avuto il coraggio di contraddirlo. Ho passato tre anni della mia vita sentendomi un'impostrice. Non so se lo fossi veramente. Forse avevamo due idee di "capire l'altro" molto diverse. Forse, per ciò che intendeva lui, io veramente lo capivo...

lunedì 7 settembre 2015

Amici miei...

Notti di cultura

Programma: visione di un documentario sulla purga anticomunista indonesiana e discussione di gruppo.

Svolgimento:

Ail incontra B. per cenare insieme prima dell'arrivo di Teo e Charlie.
Ail parla di altro.
Ail parla di altro.
Ail parla di altro.
In ritardo, Ail e B. cominciano a stendere la pizza.
Arriva Sorella, di passaggio prima di uscire, sostenendo che non cenerà perchè non ha tempo.
Ail chiede a Sorella di avvisare Charlie e Teo di tardare mezz'ora per riuscire a cenare prima di vederli.
Ail prende la bottiglia di olio evo.
La bottiglia di olio evo decide di farla finita e si lancia sul pavimento.
B. stende la pizza.
Ail si butta a terra.
Sorella prende la carta per pulire.
B. prepara la prima teglia.
Ail comincia a girare su se stessa strappandosi le vesti e gettandosi la terra sul capo (si ringrazia le mille e una notte per lo spunto).
Sorella va a prendere il secchio.
B. stende la pizza.
Ail toglie l'olio e i frammenti di vetro.
Sorella lava il pavimento.
B. stende la pizza.
Sorella rilava il pavimento.
Ail ririlava il pavimento.
Sorella va a farsi una doccia.
B. prepara la seconda teglia.
Ail e B. infornano la prima pizza.
Sorella esce dalla doccia e mangia la pizza.
B. mangia la pizza.
Ail mangia la pizza.
Seconda infornata.
Sorella mangia ancora la pizza.
Arriva Teo, Ail si alza da tavola per aprirgli.
Teo mangia la pizza.
Arriva Charlie, Ail si alza da tavola per aprirgli.
Charlie mangia la pizza.
Sorella se ne va.
Discussione collettiva su quale sia il gusto migliore di marmellata.
Ail prepara una torta (???).
Charlie lecca il vasetto della marmellata.
Momento di visione in gruppo di un video di scherzi di cattivo gusto.
Inizio visione documentario.
Ail sforna la torta.
Teo mangia la torta.
Charlie mangia la torta.
B. mangia la torta.
Ail mangia la torta.
Ail appoggia la testa sul divano.
Ail apre gli occhi e vede dei titoli di coda.
B. e gli altri salutano Ail impietositi.
Ail si trascina fino al letto.

mercoledì 26 agosto 2015

Pipistrelli volanti e cambiamenti inaspettati

... ovvero colpi di testa fulmine.

 Sono scappata lontano, in cerca di quiete, lasciando volutamente l'orologio a casa. Avevo, come mio solito, mille progetti. Ho portato con me The China Study, convinta che l'avrei finito. Ho portato anche un altro paio di libri, convinta che li avrei letti. Film da vedere a volontà (perchè, ci terrei a precisarlo, non ho ancora il televisore in casa e sì, sto andando un po' in carenza da pellicole e segozzi mentali). Non ho concluso nulla perchè non ci siamo fermati un momento. Eppure sono tornata così riposata e leggera da non sembrar vero, a conferma del fatto che ciò che logora non è il troppo fare, ma i troppi pensieri legati al troppo fare.
Sono stata pure ad una serata su Tolstoj. Siamo usciti dicendoci che dovevamo leggere tutto Tolstoj. E quindi ho deciso che leggero tutto Calvino. Che vi parrà insensato, ma un senso lo ha. Giuro.

E se... ?
Ed è andato bene, tutto sommato, quest'anno. Lo scorso anno siamo stati ad una serata sui pipistrelli. A voi, gli animali, non interessano? Non vi piacerebbe sapere di più sui pipistrelli se siete pure in ferie e avete un sacco di tempo libero che non sapete come impiegare? A me sembrava un argomento interessante e pensavo lo fosse anche per il resto del mondo adulto. Certo, il fatto che un sacco di gente passi la domenica chiusa nei centri commerciali a guardar vetrine avrebbe dovuto farmi venire qualche dubbio.

Mentre allungavamo il passo, in ritardo sull'orario di inizio della serata, siamo stati fermati da una coppia di mezza età che ci ha chiesto indicazioni per la serata sui pipistrelli. Ti fai delle aspettative. Dopo avergli indicato la strada abbiamo allungato il passo e ce li siamo lasciati alle spalle. Entrati nel capannone abbiamo posato lo sguardo su una distesa di bambini con lo sguardo incollato alle diapositive proiettate sul muro. Alle loro spalle dei genitori annoiati controllavano cellulari e orologi. Abbiamo tirato fuori il volantino. Da nessuna parte si parlava di "serata per bambini". C'è, evidentemente, tra le regole sociali non scritte della comunità di cui facciamo parte, anche qualcosa che riguarda gli interessi per fasce d'età. Ci era sfuggita quella regolina che diceva che gli animali interessano solo ai bambini. Che non occorre specificare che un evento in cui si parla di animali è un evento per bambini, perchè la totale assenza di adulti senza figli era la prova lampante del fatto che quelli in errore eravamo noi. Che era scontato fosse per bambini.
L'esperto parlava dei pipistrelli ma, come prevedibile, non diceva cose illuminanti per un adulto. Chiariva che non è vero che i pipistrelli sono topi con le ali, ad esempio. Uscire ci faceva brutto, quindi siamo rimasti lì tutto il tempo. A pochi minuti dalla nostra entrata è arrivata anche la coppia di mezza età. Poco dopo l'esperto ha fatto una piccola pausa e ha lasciato del tempo per domande. I bambini si sono sbizzarriti. La signora di mezza età ha alzato la mano e l'ha sventolata fino a quando lui non l'ha indicata. Un bambino aveva appena chiesto se i pipistrelli succhiassero o meno il sangue. Lui aveva risposto di no, i nostri pipistrelli non sono vampiri e non succhiano sangue, concludendo che girano tante convinzioni popolare errate, come quella per cui si impigliano nei capelli: non era assolutamente vero.
La signora di mezza età, dicevo, sventolava da un po' la sua mano grassoccia. Finito di parlare, lo specialista l'ha indicata e lei prontamente ha chiesto: "Quindi non è vero nemmeno che se un pipistrello ti fa la pipì in testa poi ti cadono tutti i capelli?". È tutto vero, lo giuro. Mi sono fatta piccola piccola sulla sedia. Quelli erano gli altri due adulti, oltre a noi, senza figli. Ed erano lì. Come noi.
A fine serata l'esperto ha detto: "E ora andiamo tutti fuori con le torce a caccia di pipistrelli, vediamo quanti riusciamo a trovarne!". Urletti eccitati dei bambini. Io mi giro verso B. e gli dico: "Ascolta, ora affiancati ad un bambino e comportati come se fosse tuo figlio. Facciamo finta di avere un figlio e di essere qui per lui. Sono veramente imbarazzata". Scippato un bambino ad una coppia con due figli e spacciatolo per nostro siamo usciti tutti sorridenti, con sguardi amorevoli rivolti al nostro pulcino. Una volta fuori, nel buio completo della notte, siamo fuggiti.

Quest'anno, uscendo dalla serata su Tolstoj, ci siamo detti che abbiamo fatto un bel salto di qualità, tra le altre cose. Abbiamo rimpianto il fatto di non poter partecipare alle serate successive, che erano programmate dopo il nostro rientro. Voi starete dicendo: sti due qui che palle. Vanno in ferie e anzichè passare il tempo a dormire/mangiare/scopare/prendersi il sole, vanno a serate su scrittori russi e si intristiscono perchè non riescono a partecipare a tutte le serate. Oh, che vi devo dire... i gusti.
Rientrata a casa, comunque, sono inciampata in un cambiamento non programmato, non previsto, non contemplato fra le possibilità della mia vita.
Una piccolezza, in verità. Mentre ci interrogavamo sulla decisione da prendere, soppesando pro e contro, con tutti intorno a dire la loro (la loro era no, ovviamente) ho ripensato al fatto che le nostre azioni dovrebbero essere guidate più dai nostri sogni e dalle nostre speranze, che dai nostri timori. E ho capito, in quel momento, che la mia risposta era sì.
Seguiranno foto e chiarimenti. Prossimamente.

martedì 12 maggio 2015

Gli uomini non cambiano?


Parlavo, nei giorni scorsi, con un caro amico di una vicenda spiacevole capitatagli anni fa che ancora oggi gli provoca malessere al solo pensiero. Cerco sempre il positivo in ogni cosa, io, e anche lì, di fronte alle portate del pranzo che ci separavano, ci provai. Me ne uscii con una frase tipo: "Vedi, però, questa vicenda è stata molto brutta ma fondamentale per fare di te la persona che sei ora. Senza averla vissuta non avresti preso una certa piega.Quindi, forse, è stato un bene".
Lui piantò i suoi occhi cerulei nei miei e rispose: "No".
Come no? No.
"No. Vedi, penso che certe cose si possano capire senza passare necessariamente da esperienze così brutte e dolorose"

Esperienze così brutte e dolorose. Perchè serve una dimensione, in tutto. E una quantità. Non devo lanciarmi fra le fiamme di un fuoco per capire che è meglio non infilarci la mano.

Facebook quest'anno ha tirato fuori una cosina interessante. Accadde oggi. Ti puoi riguardare ciò che hai fatto negli anni scorsi senza andare manualmente a cercare. Io la sto sfruttando per raccattare tutte le citazioni che ho disseminato qua e là nel corso degli anni.

Oggi stavo ascoltando Mia Martini quando sono andata a riguardare le cose pubblicate nel corso degli anni. Ecco, proprio in fondo all'elenco delle pubblicazioni c'era quella roba lì, che ho messo a inizio post. E mentre il mio stomaco si chiudeva leggendo quelle parole, mi sono accorta che Mia si stava sgolando dicendo che gli uomini non cambiano. E nelle coincidenze non ci credo. O meglio, ufficialmente dico che ci credo, ma ufficiosamente io non credo nelle coincidenze e nel caso. Credo nel fato e in un Dio che talvolta ha un umorismo un po' del cazzo.

Vedi, penso che certe cose si possano capire senza passare necessariamente da esperienze così brutte e dolorose.

Questa è una vicenda di cui non parlo volentieri e che ho cercato in ogni modo di insabbiare, nei miei ricordi,  nonostante sia stata fondamentale per farmi diventare la persona che sono ora. L'ho insabbiata perchè mi crea insofferenza verso me stessa e verso la stupidità che ho avuto.
Giravo con un mio amico per Milano quando mi è arrivato l'ultimo sms ricevuto da lui.

"Morosa mi ha detto di scegliere tra lei e voi amiche. Situazione di merda grazie a chi non si fa i cazzi suoi"

A non farsi i cazzi nostri eravamo noi, ovviamente, colpevoli di aver cominciato a non vedere di buon occhio delle uscite della suddetta donzella e di averne parlato in un forum privato. Non lei, che dava della persona disponibile a destra e a manca e che era entrata nel forum segreto per scoprire cosa si dicesse sul suo conto. E nemmeno lui, che al forum segreto aveva accesso e che le diede le credenziali per entrare e leggere.
Già questo, probabilmente, avrebbe dovuto farmi aprire gli occhi. Ma ero una pischellina adolescente. Avessi avuto la testa che ho ora, con tutta probabilità, nemmeno avrei sprecato tempo a parlarne.

"Devi seguire il tuo cuore. Scegli ciò che ti fa stare bene e ti fa sentire felice"

Avevo pensato anche che chi ti ama veramente non si permette nemmeno lontanamente di importi decisioni del genere, ma a posteriori mi rendo conto che in tutto questo pasticcio, l'unico atto d'amore è stato quel mio messaggio, a cui seguì un silenzio. Per il resto fu solo una squallida sequela di insulti e accuse da entrambe le parti, con tanto di atti della donzella ai limiti della legalità che si trascinarono negli anni a seguire.

Il mio doveroso mea culpa, in verità, lo feci.
Ho (avevo) questa tendenza fastidiosa allo schierarmi. L'insofferenza verso le ingiustizie e la necessità impellente di aprire il becco per dire la mia, quasi facesse la differenza. Avessi tenuto il capo chino, non avessi detto che per me non era giusto che una ex fosse una troia così, per partito preso, che non era giusto che una cara amica fosse una puttana da tenere a distanza perchè non voleva farsi storie serie, fossi stata indifferente al fatto che la fidanzata lo trattava come la peggio pezza da piedi, con atteggiamenti che riflettevano benissimo i problemi psicologici che aveva, e lo avessi compatito quel poco che bastava quando lui si piangeva addosso, forse le cose sarebbero andate diversamente. Ma sarebbe stata solo finzione.
La verità è che nessuno ha sbagliato nulla, ma semplicemente noi tutti eravamo incompatibili per coesistere. Loro due erano fatti per stare insieme e lui era felice di stare con lei, nonostante i litigi, nonostante le richieste assurde, nonostante le imposizioni. E allora, perchè aprire bocca, se andava bene a lui?
I problemi cominciano quando una persona pretende che l'altro faccia ciò che è ritenuto più giusto per lui, senza tenere in considerazione che è l'altro a dover decidere ciò che è giusto per se stesso.
I problemi cominciano quando una persona si fa delle aspettative sull'altro e su come dovrebbe comportarsi nei confronti del mondo infarcendo il tutto di stucchevole idealismo.

Il mio insegnamento è stato:
Non importa da quanti anni una persona è nella tua vita e quanto è profonda la vostra amicizia. Nulla garantisce e nulla la obbliga a rimanerci o ad avere cura delle tue emozioni o del tuo benessere psicologico. Quella, semmai, è una finezza in più che una persona può avere. Ma non si può additare una persona come uno stronzo perchè non l'ha. Si può scegliere di non volerci avere più a che fare, semmai.

Avrei voluto impararlo senza che nessuno prendesse il mio cuore, lo gettasse a terra, lo calpestasse e permettesse a terzi di cagarci sopra. Davvero. Non era necessario. Ma Dio solo sa quanto mi è servito.


domenica 26 aprile 2015

Guardavamo i fuochi d'artificio sdraiati sul letto...

Stavamo cenando, un anno fa, seduti a quel tavolo senza forma.
Stavamo cenando ed era tardi perchè ci eravamo come sempre riempiti la giornata di impegni ed eravamo tornati a casa che stava per cominciare a fare buio. Stavo parlando di non ricordo cosa con lo sguardo fisso su quella riproduzione della notte stellata che hai appeso davanti al tavolo, quando abbiamo cominciato a sentire quel rumore. Ci siamo chiesti cosa fosse. Il suono non era così chiaro. Erano fuochi d'artificio. Ancora fuochi d'artificio. Siamo corsi in camera da letto a guardarli increduli. Ancora fuochi d'artificio. Li avevano fatti già la settimana prima e il mese prima. Li avevamo guardati dalla finestra della camera da letto, comodi comodi, dicendoci a vicenda ma che bello. Ma che bello vivere in mansarda. Ma pensa che vista. Ma chi se li vede i fuochi d'artificio così, senza star col collo tutto piegato. Ma che bello, ma che bello. Alla facciazza loro. Quella volta lì io non ci credevo. Non mi pareva vero di vedere da casa i fuochi per tre volte di fila. Senza nemmeno fare la fatica di uscire. Senza rodermi il fegato perchè sento il rumore ma non riesco a vederli, o li vedo male. E mentre stavo lì, con la testa fuori dalla finestra, tu mi hai chiamata e mi hai detto: "Siamo così in alto che si vedono dal letto". Sono arrivata da te e mi sono sdraiata, appoggiandomi con la testa alla tua spalla. Ho guardato la finestra e sì, avevi ragione, da sdraiati riuscivamo a vederli. E lì mi hai detto: "Chi se li guarda i fuochi d'artificio sdraiato sul letto? Solo noi".
Ecco, lì io ho pensato che a me le mansarde non garbano. Che sono giocattolini carini, ma per viverci proprio no. Però la vista sul fuoco d'artificio compensava tutti gli inconvenienti. Compensava il soffitto che scendeva. Compensava il caldo africano d'estate e il freddo artico d'inverno. Compensava le minifinestre e l'assenza di balconi e davanzali. Ho pensato chi se ne frega se non ho posti dove mettere il mio crisantemo. Sono rimasta lì accucciata a te a guardare i fuochi e ho sentito quella sensazione nello stomaco da attimo fuggente. Mi sono chiesta chissà se ricorderò questo momento. Chissà se potrò mai riviverne uno simile. Denotando un discreto fatalismo, perchè ancora di programmi in testa non ne avevamo. Ancora non sapevo che la nostra strada avrebbe preso una svolta improvvisa. Non lo avevo nemmeno programmato. Era ancora un Que serà, serà. Ecco, io mica sapevo che non ci sarebbe stata un'altra volta, che probabilmente non ci sarà mai più, ma al tempo stesso sotto sotto lo sapevo.
Siamo un po' ridicoli, ad affezionarci così alle cose, ai luoghi, eppure negli ultimi giorni spesso mi domando come farò senza una mansarda da cui guardar sdraiata i fuochi d'artificio. Senza tutti quegli angoli saturi di ricordi. Ti confesso - è patologico, lo so - ti confesso che avrei voluto fotografare tutto. Per riguardare. Per essere ancora lì tra 15, 30, 40 anni. Ancora nella mansarda in cui mi hai trascinata quando ero solo un germoglio di donna. Me ne sono accorta quando hai iniziato a inscatolare tutto. Ora non posso più farlo. Sarebbe la foto di un cantiere. Mi rimangono sfondi di foto che ti ho fatto a tradimento qui e lì nelle diverse stanze. E tutti quei ricordi, che pian piano sbiadiranno.

martedì 13 gennaio 2015

Ai Rimember - I nostri eroi alla riscossa

Correvano gli anni 90, l'aids e il panico da aids dilagavano (e si, voi direte: "aridaje con sta aids...") e a morire come mosche non erano solo omosessuali e fornicatori impenitenti, ma anche tossicodipendenti. Di aids o di overdose. Ricordo ancora che due compagnetti di scuola miei rimasero senza mamma. Morì su un treno. La notizia fece molto rumore, tra noi bambini, perchè si vociferava che la donna si bucasse e fosse morta di aids. Con le conoscenze che ho oggi mi pare poco probabile questa versione (vedo difficile che una persona con aids e in punto di morte riesca fisicamente a prendere un treno per morirci sopra) e penso che la causa reale sia stata overdose.
Ricordo diversi compaesani girare completamente fatti, con lo sguardo assente. Ricordo che nei boschi non ci potevo più andare perchè c'erano le siringhe e mio padre non si fidava, temeva mi pungessi per errore raccogliendo castagne. Ricordo siringhe pure sui marciapiedi.
Niente più parco Amati, anche se pieno di uccellini, perchè di siringhe ne avevano trovate anche lì e mia nonna aveva paura per me.
E ancora, ricordo le scuole medie. Una gita di classe. I professori che ci dicono: "Mezz'ora libera prima dell'arrivo del bus" e noi a zonzo per i giardini pubblici di Porta Venezia. Camminare con le amiche e scorgere, ad un certo punto, nell'incavo creato da un gruppo di rocce, una quantità imprecisata di siringhe. Tantissime. Ansia. Allontanarci in fretta da lì.
Ad oggi non capisco quanto il problema della droga, così dilagante, ingestibile e alla luce del sole, fosse legato al posto da cui vengo o quanto non fosse invece diffuso in tutta Italia. So però che qualche giorno fa ho incrociato un vecchio compagno di classe. Era il primo della classe. Ma non il primo della classe con difficoltà sociali che pensa solo allo studio. Era un primo della classe integrato.
Aveva lo sguardo spento, assonnatissimo. Faticava a tenere gli occhi aperti. Erano le dieci e mezza di mattina e non penso la sua fosse stanchezza. Non penso nemmeno che si fosse sfondato di canne come un cavallo. Ci sono rimasta male. Non avrei dovuto stupirmi, eppure l'ho fatto. Non avrei dovuto stupirmi perchè un paese che dieci anni fa è riuscito a finire sul giornale provinciale per via della coca che girava alle scuole medie e in cui il modello standard di divertimento per adolescenti e scovare il prossimo rave party a cui partecipare, a cosa vuoi che porti chi ci rimane ed è integrato?
Uscendo da questo incontro casuale non ho potuto fare a meno di chiedermi i genitori, in tutto questo, che pensassero. Se si fossero accorti di avere uno zombie che girava per casa (mai, mai, mai sottovalutare la negazione della persona di fronte a ciò che provoca dolore. Mai).
Tornando al discorso principale, il problema doveva essere avvertito un po' in tutta la nazione, e forse anche più in là, visto che hanno pensato bene di farci un cartone animato per educare noi bambini che la droga fosse il male incarnato e che andasse evitato come la peste.
Il cartone in questione era particolare poichè vedeva la conpresenza di diversi personaggi molto amati dai bambini e assolutamente non collegati fra loro (i puffi, Alvin, Winnie ecc.), impegnati a salvare un ragazzino che ha preso una brutta strada.
Venne trasmesso negli anni 90, preceduto da un discorso tenuto da Andreotti. Io, in tutta onestà, ricordavo Scalfaro. Ma ero molto piccola e la mia memoria deve aver vacillato, perchè ho su vhs proprio la registrazione completa (evidentemente i miei ci tenevano a prevenire il più possibile la mia tossicodipendenza... ) che ha dimostrato in modo inequivocabile l'identità del politico.
Andreotti apriva sostenendo che nel nostro paese c'era un grande problema: la droga.
Me lo ha raccontato B., che per sbaglio ha guardato la cassetta l'altro giorno. Ha aggiunto - non gli si può certo dare torto - che sentir dire una frase simile ad una persona additata da molti come mafioso (devo spenderci veramente parole o possiamo glissare?) gli ha ricordato in modo inquietante qualcosa di già visto. Oltretutto Johnny Stecchino è uscito l'anno dopo. Chissà che Benigni non si sia lasciato ispirare....